«Amministrazioni allegre»

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Un Paese che non impara mai

Da Tangentopoli a Regionopoli, la cartolina del «bel paese Ch’Appennin parte e ‘l mar circonda e l’Alpe» rimane nel cassetto dei ricordi e lascia il posto ad uno Stato stordito dalla corsa degli anni ’80 allo yuppismo che, nel Terzo Millennio, ha passato il testimone al business della finanza creativa, per ritrovarsi al traguardo, o meglio sul baratro, stremato e con le tasche bucate. La Prima Repubblica si è rispecchiata nella Seconda come in uno di quegli spettrali specchi deformanti, lasciandoci uno Stivale retto da una cerniera che unisce una fitta maglia di multiformi interessi, sia personali sia referenti di gruppi criminali, attirati dalle risorse pubbliche da avvinghiare e strappare ai cittadini e al bene comune.

L’inquietante leitmotiv delle ultime settimane è l’elenco dei reati emersi dalle inchieste a carico di governatori e politici.

Lo scandalo alla regione Lazio sui fondi PdL spartiti tra cene in costume da centurioni, ostriche e suv, tanto che la Corte dei Conti «è molto preoccupata e ne sente tutto il disagio perché sono fatti gravissimi in cui non pensavamo che, ove fossero vere, si potesse giungere a tanto». L’inchiesta sul presidente della Lombardia con l’ingresso nel Pirellone delle Fiamme Gialle che indagano sui rendiconti dei gruppi consiliari di PdL e Lega per peculato e truffa aggravata. Le dimissioni dell’ex vice presidente del Consiglio regionale milanese ed ex capo della segretaria di Bersani che esce dalla politica perché indagato su un presunto giro di tangenti a Sesto San Giovanni. La kermesse finisce miseramente con i boss della ‘ndrangheta milanese che, tra apprezzamenti del tipo «Sti politici è merda», tenevano in pugno l’assessore alla Casa vendendogli i voti a 50 euro cadauno, pretendendo appalti e posti di lavoro. Pure la regione dei fiori e del bel canto ha avuto la sua indagata per appalti sui lavori di un porto, la vicepresidente della Liguria con delega all’Urbanistica, che si è dimessa.

A questa angosciante lista si aggiungono i 221 Comuni sciolti, di cui 8 quelli chiusi per infiltrazioni di camorra, Cosa nostra e ‘ndrangheta, in Piemonte, Liguria, Lazio, Campania, Puglia, Basilicata, Campania e Sicilia. Dopo il clamoroso scioglimento del Comune di Salemi, per la prima volta è stato «sciolto per contiguità» un capoluogo di provincia, Reggio Calabria, insieme a quattro aziende sanitarie. L’ultimo Comune “chiuso per mafia”, in ordine di tempo, è quello di Isola delle Femmine in provincia di Palermo.

Non stupisce il «Rapporto sull’indice della corruzione percepita», calcolato dall’ organizzazione non governativa Transparency International, che colloca al vertice della classifica mondiale la Finlandia come il paese più pulito e l’Italia al 69/o posto come il più corrotto, a pari merito con il Ghana e la Macedonia, «con un progressivo aggravamento negli ultimi anni». Questo è quel che rimane di un Paese tanto smemorato da aver dimenticato le preziose indagini del Maxiprocesso che ben prima di Manipulite, aveva mostrato gli oleati ingranaggi della corruzione e della contiguità, delle compiacenze e delle connivenze, scoprendo il volto dell’infiltrazione delle mafie che, tutt’altro che disattente, iniziavano a permeare ad ogni latitudine il sistema burocratico e amministrativo italiano più di trent’anni fa.

Leggiamo «Mafia-L’atto d’accusa dei giudici di Palermo» di Corrado Stajano per la Editori Riuniti edito nell’86, e riportiamo alla memoria l’ordinanza-sentenza, 40 volumi e 8.607 pagine, che In Nome del Popolo italiano fu emessa, nel novembre ’85, dal Tribunale di Palermo nel procedimento penale contro Abbate Govanni+706, iniziata dal Consigliere Istruttore Rocco Chinnici che profuse il suo impegno civile a prezzo della sua stessa vita. All’istruttoria furono assegnati i giudici Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Leonardo Guarnotta e Giuseppe Di Lello Finuoli, che lavorarono per anni a questa sentenza, utilizzando anche le testimonianze dei «pentiti senza abusarne né mitizzarli», lottando contro la mafia, individuando i poteri forti e le cointeressenze, e che furono «soli lungo il corso del loro operato, esposti non solo a grandi rischi, ma anche alle mine del sospetto, della diffidenza e della paura».

«E’ la trama di un romanzo nero che rattrappisce le ossa e gela il sangue», scrive Stajano, un cumulo stratificato di realtà mostruose che riguardano l’Italia dagli ultimi anni del ’70 sino alla metà degli ‘80. Dal primo collaboratore di mafia Leonardo Vitale, nel 1973, additato come esaltato, alla rete segreta di Cosa Nostra e dei suoi uomini d’onore; da Buscetta al sistema di famiglie, mandamenti e commissioni; dalle stragi annunziate da Di Cristina alle inquietanti protezioni politiche; dall’affare Sindona ai traffici tra le famiglie di Catania e quelle di Palermo in nuovi rapporti di prossimità e collaborazione. Dalla sentenza risultò che: i capimafia Riina e Provenzano, il rivoluzionario e il moderato, tra sanguinose faide familiari, si spartivano la Sicilia e i traffici che travalicavano i confini isolani, transitando per le vie della politica e degli affari d’oro sino alla scalata dei Corleonesi e al «sacco di Palermo», il tesoro di don Vito Ciancimino, nelle mani di Riina, che oggi è materia di indagine alla Procura di Roma.

Già trent’anni fa i giudici istruttori Borsellino e Falcone, con i pochi colleghi di cui si fidavano, avevano delineato il terzo livello dei reati di mafia: «le collusioni dei padrini con il mondo economico dal piccolo negozio al commercio all’ingrosso; la speculazione edilizia; le diffuse contiguità con i colletti bianchi; le protezioni politiche e la ragnatela delle disponibilità»; e avvertivano che le mafie per permeare le istituzioni «hanno bisogno di una pubblica amministrazione sempre più amica per gli appalti, le pratiche, le proroghe, i piani regolatori e le varianti, le compravendite dei suoli, le grandi opere», hanno soprattutto «bisogno di impunità». Quegli stessi reati oggi sono oggetto di inchieste, fanno notizia ma, storicamente, non c’è niente di nuovo sotto il sole.

Le amministrazioni permeabili al malaffare, tutt’altro che “allegre”, come capita persino di leggere in archiviazioni d’indagini a carico di sindaci e uffici tecnici, sono invece corrotte dai funzionari disonesti, quando non addirittura contigui, i quali poi fanno pagare i dissesti dei bilanci ai cittadini, col rialzo delle tasse e con l’inefficienza dei servizi. Peggio ancora se un cittadino, “sfortunato”, viene privato di proprietà e impresa da un’amministrazione che, tradendo il pubblico interesse, persegue i desiderata del clan locale. E’ il momento che la classe politica si assuma le sue responsabilità, eliminando corruzione e illiceità, ristabilendo l’immagine di uno Stato autorevole, e insieme, il senso comune della civile convivenza col rispetto delle leggi e della legalità. I reati sono stati individuati in sentenze storiche: i magistrati indaghino, i politici esercitino la memoria e quelli distratti e scorretti si astengano dal ricandidarsi per non finire a votarsi tra loro in seggi deserti.

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«Amministrazioni allegre»ultima modifica: 2012-11-24T10:25:00+00:00da aldo251246
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