05/06/2009
Magistrati. L’ultracasta. L’inchiesta di Stefano Livadiotti

Poltrone d’oro I magistrati italiani percepiscono gli stipendi più alti d’Europa (oltre alle entrate degli incarichi extragiudiziari), hanno un assegno medio di pensione di 6mila euro (dati del 2002... ) e detengono il record di 51 giorni all’anno di ferie (erano 60 fino al 1979). Non solo. I 9.116 «uomini d’oro» d’Italia - più che una casta, una lobby, ha detto un altro insospettabile, Giampaolo Pansa - possono contare, caso pressoché unico al mondo, su un oliato meccanismo secondo il quale, cassata la parola «merito», attraverso esami fasulli (99,6% di promossi) tutti salgono gradino dopo gradino la scala gerarchica in base alla sola anzianità di servizio, arrivando al vertice (cioè magistrato di corte di Cassazione con funzioni direttive superiori) immancabilmente dopo 28 anni di servizio. È un po’ come se, in campo giornalistico, qualsiasi ventenne cronista di provincia, al netto del talento, si ritrovasse a 48 anni, per statuto, direttore di un quotidiano. La prossima vita, giuro, mi iscrivo a Legge.
Giudice giudica te stesso In base al quadrupedale principio «cane non morde cane», secondo il quale a giudicare giudiziosamente un giudice è un onorevole collega giudice, i magistrati rappresentano la categoria professionale più impunita del Paese. Statistiche alla mano, la sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura è il fondo del buco nero della giustizia italiana. Nel periodo 1999-2006 sono stati istituiti 1.004 procedimenti disciplinari: 812 sono finiti con assoluzione o proscioglimento, 126 con una semplice ammonizione, 38 con la censura (poco più di una lavata di testa), 22 con la perdita di anzianità (sostanzialmente un rallentamento della carriera), due con la rimozione e quattro con la destituzione. Fuori dalle cifre da azzeccagarbugli, significa che a rimetterci la poltrona è lo 0,065 dei magistrati. Scartabellando qualche comma qua e là, si può citare a mo’ di exemplum, la vicenda dei due giudici del Tribunale di Brindisi che, complessivamente, per sbadataggine si sono dimenticati dietro le sbarre, uno dopo l’altro, 63 detenuti in attesa di giudizio. Si sono giustificati dicendo che avevano troppo lavoro, e che comunque fino ad allora nessuno si era lamentato. Assolti. Un giudice barese che invece vendeva sentenze in cambio di mazzette da recapitargli «dentro la cassetta del vino siciliano che gli piace tanto», condannato a quattro anni nell’ottobre del 2007, è restato in servizio fino al marzo del 2008. Fa giurisprudenza, invece, il caso del rispettabile magistrato romano sorpreso, anno di scarsa grazia 1973, a molestare un ragazzino di 14 anni in un cinema di periferia. La denuncia è per atti osceni e corruzione di minore. La sentenza - otto anni, tre gradi di giudizio e un’amnistia dopo - è assoluzione con l’estinzione del reato. Per i giudici del Consiglio superiore della magistratura il collega pedofilo agì «in istato di transeunte incapacità di volere al momento del fatto». Fu reintegrato in servizio, promosso, e liquidato degli scatti di anzianità congelati. Costo dell’intera operazione, dalla fellatio al pensionamento, 70 miliardi dell’epoca. Ingiustizia è fatta.
Dura lex, sed lunga est I tempi e i modi della mala-giustizia sono tristemente noti. Ma alcuni sono più tristi e meno noti di altri. In questo senso, il libro-inchiesta di Livadiotti è un eccellente prontuario. Rigoroso come un codice, divertente come un romanzo. Un capitolo del quale racconta di quando, nel settembre 2008, la giustizia italiana chiuse una annosa causa proprietaria, sentenziando la restituzione al comune dell’agrigentino San Giovanni Gemini dei 300mila ettari che aveva venduto al prestanome di una potente famiglia locale nell’anno in cui Ferdinando IV di Borbone, dopo il Congresso di Vienna, riunì i suoi domini sotto il nome di Regno delle Due Sicilie. Era il 1816. Il processo, che ha visto sfilare 250 parti, 92 avvocati e almeno tre differenti valute, dal ducato all’euro, è durato 192 anni. È anche grazie a tali esempi di abnegazione al lavoro e senso del dovere che i tempi della nostra giustizia civile sono più lunghi di quelli del Gabon e di São Tomé e Principe. Ma meglio del Congo.
La seduta è tolta Se giudicare non è facile, scrivere le motivazioni di una sentenza lo è ancor meno, e a volte può anche dimenticarsi di farlo. A quel tal famoso giudice del Tribunale di Gela è sfuggito di testa per otto anni. Può capitare. Peccato, perché si trattava della condanna a oltre un secolo di carcere, per associazione mafiosa, di alcuni esponenti di Cosa nostra. È scattata la scarcerazione per decorrenza dei termini. Per il resto in Italia la durata media delle udienze penali è 18 minuti. Solo tre su dieci si concludono con una sentenza, tutte le altre vengono rinviate, in media di quattro mesi e mezzo, e una volta su quattro colpa delle toghe: o perché non si presentano o perché hanno gli atti incompleti. Per fortuna però che c’è il civile. Luigi Mascheroni
12:21 Scritto da: aldo251246 in ARTICOLI, cultura, GIUSTIZIA, pubblicazioni, ultimissime | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: articoli, cultura, giustizia, pubblicazioni | OKNOtizie |
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Conosco, sfortunatamente, questo "sistema" da parecchio tempo, e sulla mia pelle e quella della mia famiglia.
Purtroppo non vedo in atto alcuna via d'uscita da questo "sistema" politico-istituzionale (a mio vedere e da modesto siciliano quale sono ma con un po' di esperienza in trincea) -mafioso.
Siamo (per chi può ancora vedere) visibilmente schiacciati da un lato dal potere del capitale e dei despota, rappresentato in atto, sempre a mio mero vedere, dall'icona "berlusconi" (ma è tutto un “universo” così), e dall'altro dal palese avamposto di una certa magistratura, a mio vedere ostentatamente presuntuosa e prepotente, rappresentata dall'icona "di pietro" (ma è tutto un “mondo” così).
Infatti, ritengo non a caso che queste due (apparenti) estremi, sono poi quelle fazioni politiche che nella pratica hanno più successo elettorale, poiché, probabilmente, le "ombre" collettive che ci portiamo dentro noi italiani (e che non si vogliono privatamente, ma soprattutto pubblicamente mai affrontare), ci fanno propendere per tutto ciò che ci da un senso di sicurezza ogni qualvolta ci sentiamo anche “onorati” di potere appartenere a dei "padroni", quindi a qualsiasi entità che ci fa sentire dei servi (del capitale), dei picciotti (dei partiti) e degli zerbini (delle istituzioni), e quindi dandoci pure il piacere endogeno (egoista) di essere un’elite tutelata rispetto agli altri cittadini. In un certo senso psichico, un po’ come i “gregari” della mafia.
A mio semplice vedere ci sono solo due concrete possibilità di legge, nell’interesse del popolo, per uscire dalla evoluta "dittatura" politico-istituzionale attuale:
1) Sulla base di quelle che sono le recenti conoscenze scientifiche sul cervello umano e che hanno anche forza di prova negli stessi processi, ogni sette anni tutti coloro dei livelli medio alti dello Stato, nessuno escluso, e che a qualsiasi titolo o ragione hanno una funzione, un livello, una carica, anche solo onorifica, escludendo solo coloro meramente eletti dal popolo e che mantengono quella sola investitura senza alcun altra qualifica nello Stato o para Stato o qualsivoglia ente, anche misto che direttamente o indirettamente abbia un qualsiasi rapporto con lo Stato, Regione, Provincia, Comune, ebbene tutti questi, quindi compresi anche le più alte cariche istituzionali dello Stato, devono essere sottoposti ad una verifica psichica ed una revisione attitudinale, da una commissione di psicanalisti, psichiatri, neurofisiologi, filosofi, sociologi, nonché da riconosciuti specifici competenti della peculiare materia in esame. La commissione non deve mai durare in carica più di cinque anni, e i suoi componenti devono essere scelti a livello europeo, Italia compresa, sulla base delle pubblicazioni e riconoscimenti della comunità scientifica e di quella umanista e specifica della Istituzione in questione.
2) Una norma che preveda un “Moltiplicatore di Pena” esteso a tutti i livelli medio ed alti dello Stato, tutti, nessuno escluso, quindi ai politici con incarichi (escludendo quelli che svolgono il solo ruolo di eletto), ai manager, direttori, dirigenti, ispettori, ma pure agli Enti regionali, provinciali e comunali, così come a tutti i magistrati, compresi anche i medi ed alti gradi di tutte le Forze dell’Ordine di medio e alto livello.
In sostanza, se un cittadino comune ha un grado di responsabilità civile e penale, un altro cittadino che però abbia un qualsiasi ruolo o qualifica nelle cariche medie ed alte dello Stato, deve avere una responsabilità civile e penale proporzionata al ruolo che riveste. In definitiva più alto è il suo ruolo, più consistente è il suo stipendio o emolumento, e più pesante deve essere l’eventuale pena civile e penale alla quale va incontro se commette dei reati nelle sue funzioni.
Solo così, a mio semplice avviso, si può garantire ancora il funzionamento civile e morale dello Stato, tanto più in questo difficile momento economico-finanziario ed anche socio-occupazionale, che storicamente favorisce ancora di più forme di “feudalesimo” dello Stato tra pubblico e “privati”.
Un ”moltiplicatore di pena”, ovviamente civile e penale, sempre a mio mero vedere, è l’unica “regola” certa che potrebbe dissuadere tanti dall’intendere lo Stato come un’occasione di arricchimento in spregio ai cittadini, e non invece come un privilegio popolare per raggiungere fini ed interessi comuni.
Una legge in tal senso sarebbe anche un chiaro segnale di serietà ed onestà da parte dello Stato, che con una norma simile darebbe più garanzie di responsabilità ai cittadini dai quali ha ricevuto fiducia.
Infine:
Qualche settimana addietro il nostro Presidente della Repubblica ha lanciato un appello alla Magistratura, che da modesto cittadino quale sono, ho titenuto molto saggio e lungimirante. In sostanza (lo rivedo con mie modeste parole) se da un lato i Magistrati giudicano gli altri, per un altro verso facciano anche uno sforzo consapevole per regolare se stessi, altrimenti finiranno con l’implodere nella loro stessa ormai nota onnipotenza, così dando il destro a forze politiche che con tutta evidenza per accrescere il loro altrettanto noto bisogno di potere non esiterebbero a girare al loro servizio la stessa magistratura con ulteriori e forse irreversibili danni per la democrazia, la libertà e quindi per il popolo, il quale a quel punto farebbe il salto definitivo, da attuale palese suddito, a schiavo per sempre fino alla prossima "presa della bastiglia" ma con tantissimo sangue, quando invece basterebbe riaffidarsi per tempo alla nostra umana (seppure sempre in evoluzione, mai definitiva) consapevolezza razionale e civile, superando quindi i “messaggi” endogeni ormonali e della nostra archicorteccia rettiliana (“tutto subito e sopra ogni cosa e chiunque”).
Trackback da: adduso | 18/06/2009
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