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Storie Vere
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Sono ormai trascorsi quasi tre anni dalla riapertura delle indagini dopo tre archiviazioni, quando ad estate inoltrata, cinque giorni prima di Ferragosto, Bonvento riceve la telefonata di un maresciallo dei Carabinieri della Procura di Palermo che gli preannuncia la comunicazione della quarta richiesta di archiviazione in sei anni. Ciò significa che, in poco più di una quindicina di giorni, Bonvento dovrà presentare opposizione per non rischiare di far chiudere i fascicoli, di far sorvolare ciecamente sulle intimidazioni subite e sulla distruzione della propria auto, ma soprattutto di far calare il silenzio su quel singolare sopralluogo dell’ufficio tecnico comunale secondo il quale, l’albergo fu dichiarato abusivo e così fatto fallire e lasciato, nei venticinque anni successivi, alla mercè di ladri, imprenditori contigui ad ambienti mafiosi e di latitanti, confidando  nel silenzioso assenso dei primi cittadini e  dei pubblici amministratori.
Strane davvero le modalità con cui quel tecnico comunale, nello stesso giorno in cui era stato sollevato dal pubblico incarico per un’indagine a suo carico per interessi privati in attività edilizie di alcuni cantieri dell’isola, pensò bene di inscenare un’ispezione arrampicandosi e sporgendosi alla belle e meglio dal recinto del cantiere di Bonvento per poi dichiarare, quindici giorni dopo o anche più, che i lavori non erano mai iniziati, nonostante fosse di tutta evidenza l’esistenza del cantiere, nonostante fossero stati pagati gli oneri urbanistici e nonostante fossero stati effettuati i pagamenti alla ditta incaricata delle opere edilizie. Il tutto senza la presenza di vigili urbani o di terzi pubblici ufficiali che ratificassero l’ufficialità della visita di un capoufficio tecnico.

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Ancora più strano è che quello stesso tecnico comunale abbia avuto pure il tempo di effettuare, in quello stesso giorno, ben 20 sopralluoghi da un angolo all’altro dell’isola, e ancora più strana è l’assonanza con quanto ben venticinque anni dopo avrebbe scritto un Gip nella rituale richiesta di archiviazione  “ i lavori della costruzione dell’albergo non furono mai portati a termine….”., per essere subito dopo smentito non solo dalle due palazzine in cemento armato costituenti l’albergo di Bonvento, che ben più saldo di altri edifici limitrofi si erge da un quarto di secolo nel centro di Ustica, ma confutato pure anche dalle fotografie degli interni e degli arredi dell’albergo che Bonvento pubblica sul suo blog, a dimostrazione di un’attività fiorente e avviata per ben due stagioni prima del colpo di scure inferto con la dichiarazione del fallimento.
Anche l’allora giudice istruttore Paolo Borsellino aveva ben compreso che, grazie alla combinazione tra la palesemente falsa dichiarazione del tecnico comunale, sul mancato inizio dei lavori, e la tempestiva comunicazione che il sindaco usticese fece, a titolo del tutto personale, agli istituti bancari sulla decaduta concessione edilizia rilasciata al Bonvento per bloccarne l’erogazione del finanziamento, si era difatti  ottenuto il risultato di far apparire abusiva un’opera avviata invece secondo tutti i crismi: comunicazione inizio lavori, comunicazione della modifica al progetto edilizio, pagamento degli oneri di urbanizzazione, allaccio fognario, permesso del Comando dei Vigili del Fuoco, autorizzazione della Sovrintendenza, rilascio del certificato igienico-sanitario, dichiarazione di fine lavori e collaudo statico del Genio Civile…C’e da chiedersi quanti siano gli abusivi ad Ustica in possesso di tutte le autorizzazioni documentate dal Bonvento nelle denunce sporte alla Procure siciliane.

Il giudice Borsellino, di fronte al sistematico abuso delle azioni esercitate dal tecnico comunale e dal sindaco-albergatore dirimpettaio del Bonvento, ne chiese poi il rinvio a giudizio, cui seguì però un’eclatante assoluzione per insufficienza di prove. Anzi qualche anno dopo la sentenza di assoluzione in appello a favore del Bonvento, pretestuosamente denunciato per calunnia, non solo ne riconosce l’innocenza perché il fatto non sussiste, smentendo l’assoluzione ottenuta persino in Cassazione dai pubblici amministratori di Ustica, ma conferma pure che quel sopralluogo, millantato dal tecnico comunale, non sia mai avvenuto; così come venticinque anni dopo ammetterà pure un Pm sebbene risoluto ad archiviare.
Dunque il quadro è completo, c’è senz’altro una pretestuosa regia giuridica dietro il fallimento del Bonvento che, nonostante la regolarità degli atti, perde il diritto alla proprietà e all’attività alberghiera, ma non quello di difendersi in un’aula di tribunale, come pure i legali del comune usticese e la stessa curatela vorrebbero sentenziare, perché così nessuno possa più indagare sul caso dell’albergo ****, indicando Bonvento come incapace all’esercizio della difesa in quanto fallito, in beffa a quanto sancito dai diritti dell’uomo.

Emerge così quella verità che in molti vorrebbero soffocare nei cavilli burocratici, nella gestione allegra della pubblica amministrazione usticese, nella menzogna della cattiva gestione del Bonvento, e persino nella sfortuna che a detta del Pm sembra perseguitare il Bonvento, così che rimanga un’incognita su quel marchingegno ben congegnato per bloccare l’erogazione di un mutuo già decretato, facendo poi perdere tutto anche alla stesse banche, visto che dopo più di un ventennio ancora la Cassazione emetterà una sentenza che riconosce il possesso dell’albergo “abusivo” al Comune di Ustica, svuotando così il patrimonio della curatela fallimentare, e lasciando inspiegabilmente aperto un fallimento che ha portato alla definitiva uscita dell’albergo **** di Bonvento dal settore imprenditoriale di Ustica; albergo che era stato finanziato dalla Regione come bene di pubblica utilità.
Nei lunghi anni che trascorrono tra denunce e insabbiamenti, Bonvento si domanda perché la curatela chiude l’attività lasciando inevase le richieste dei creditori che alla fine perderanno ogni diritto? Perché l’albergo viene smembrato di beni e suppellettili durante il contenzioso aperto per anni sul possesso tra curatela e Comune usticese?  Perché non gli è stato mai consegnato l’inventario per la verifica dei beni mobili esistenti? Perché dopo una decina di richieste i fascicoli del suo fallimento rimangono inaccessibili grazie al diniego dei giudici delegati e dell’avvocato della curatela?
La risposta è una e vale per tutte le domande che sull’intera vicenda si potrebbero ancora fare: l’albergo **** è destinato alla chiusura senza appello, infatti la proposta di concordato fu puntualmente rifiutata proprio da quell’ingegnere, diventato non a caso presidente del comitato dei creditori, che aveva dato al telefono l’ultimatum ai Bonvento intimandogli la cessione della maggioranza societaria pena, appunto, finire falliti sine die , in dispregio a tutti i diritti di difesa, civili e personali ed alla regolarità della costruzione. Eppure la documentazione di quella telefonata, seppure consegnata e ascoltata da tanti inquirenti e Procure, non è individuata come lampante prova di un’estorsione in piena regola.
Solo un interrogativo, che pure negli anni diventa una chiave di lettura, rimane aperto: chi o che cosa su un’isola di poco più di 8 chilometri quadrati, a soli 67 chilometri dalla costa tra Palermo e Terrasini, può tanto da decretare le sorti di un’intera famiglia che ha la sola colpa di avere avviato un’attività turistica, che, tra l’altro, avrebbe di certo portato turisti e affari anche per tutti gli altri ristoratori, pescatori e negozianti dell’isola, e che per quella stessa iniziativa invece perde terra e proprietà?

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La Giustizia-I Tarocchi

Eppure sull’isola c’è chi ha il coraggio e l’onestà intellettuale di sussurrare che la vicenda dell’albergo di Bonvento fu un delitto sotto il sole, ma purtroppo la cattiva sorte  vuole che né gli inquirenti né le autorità giudicanti mostrino la stessa linearità di pensiero di fronte a denunce  e documenti che gridano ancora giustizia.
Quale sistema ben radicato tra le pieghe istituzionali intralcia per più di un ventennio l’individuazione  della verità dei fatti ampiamente dimostrati e prodotti alle Procure siciliane?
Quale silente sigillo è stato apposto sui fascicoli, poi dimenticati, o addirittura persi tra gli scaffali impolverati dei  vecchi armadi del tribunale?
Forse la sola colpa di Bonvento è quella di essersi trovato inconsapevolmente sulla stessa corsia davvero assai trafficata e intasata da quella lunga coda d’interessi di politici, di ingegneri-imprenditori, di avvocati –manager tra loro connessi da vorticosi affari, e, con buona probabilità, tangenti alla ricerca di potere delle famiglie e delle cosche della provincia palermitana in ascesa proprio negli anni ottanta, decennio in cui proliferarono i profitti abilmente riciclati, grazie, anche, alla strabica capacità inquirente di alcuni giudici divergenti alle grandi inchieste che, poi, avrebbero portato al maxiprocesso ed alla conferma dei presupposti investigativi sui cui si incentrarono le indagini dei giudici Falcone e Borsellino.
Nei fatti un’isola, a due passi da Palermo, rimane immune da leggi e indagini, tanto che sindaci consanguinei perseguono l’abusivismo a proprio piacimento, in nome della salvaguardia ambientale fatta salva casa propria, permettendo che l’isola diventi un territorio a sé stante dove accade pure che per un albergo al centro del paese che viene chiuso, c’è n’è un altro che nasce su terra demaniale facendo debiti che non saranno mai sanati, e dove pure cominciano ad approdare imprenditori del Nord, con amicizie a destra e a sinistra, che investono in villaggi turistici pubblicizzati come sede di mega centri informatici, lì dove si sa solo far di conto giusto per un pranzo di due turisti o per una sparuta comitiva di impiegati in vacanza.
E’ questo lo scenario in cui per più di venti anni si è aggrovigliata la matassa di interessi volti a soffocare le denunce di Bonvento contro quell’ex sindaco e quell’ex tecnico comunale che diffondono la voce di avere vinto, visto che al posto di un processo c’è l’ennesima richiesta di archiviazione emessa a Ferragosto; ed è così che per quei signori locali c’è la certezza di averla fatta franca ancora una volta, salvando faccia, potere  e proprietà, schivando indagini su abusi di potere e abusi edilizi grazie all’immunità di cui qualche influente referente continua a farsi garante.
Ma come in ogni storia densa di macchinazioni e traversie anche per Bonvento c’è un colpo di scena: il nuovo Gip, respingendo la richiesta di archiviazione del Pm, accoglie l’opposizione, anzi, avvia nuove indagini sulle molteplici tracce che, nel tempo intercorso tra un’archiviazione e l’altra, sono rimaste impresse nella storia documentata da Bonvento, passo dopo passo, sia nelle denunce che sul suo blog. La storia digitale della vicenda dell’albergo **** di Ustica naviga dalla Sicilia all’Australia,  e ottiene, dopo un quarto di secolo, un effetto dirompente, tanto che le amicizie nel posto giusto sembrano non essere più sufficienti a seppellire, o meglio, a  far sparire prove e documenti per mandare in fumo una verità ormai scomoda  per chi si sentiva al sicuro su un fazzoletto di terra al centro di un mare di interessi.

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Stelle Bruciateultima modifica: 2010-02-13T10:30:00+01:00da aldo251246
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